La cucina asiatica è ovunque nelle nostre vite. Non più esotica, non più “di nicchia”: è diventata parte del repertorio quotidiano di milioni di italiani. Si ordina thai il martedì, si va a sushi il venerdì, si cucina un curry il weekend. Eppure, quando arriva il momento di scegliere il vino, scatta l’imbarazzo: “Cosa si beve con il pad thai? Il Chianti con i ravioli al vapore è un crimine? Il Nebbiolo con il tikka masala è troppo?”
La verità è che i vini italiani si abbinano alla cucina asiatica molto meglio di quanto si pensi — in alcuni casi, meglio del sakè, della birra o del tè. Servono solo le coordinate giuste. E le coordinate, nella cucina asiatica, non sono i piatti ma i sapori: dolce, acido, salato, piccante, umami. Capire quale sapore domina vi dice quale vino scegliere.
Nella cucina occidentale, l’abbinamento parte dall’ingrediente: carne rossa → rosso, pesce → bianco. Con la cucina asiatica questo schema non funziona, perché i condimenti e le salse trasformano radicalmente il profilo gustativo del piatto. Un pollo al vapore (delicato) e un pollo kung pao (piccante, dolce, salato) richiedono vini completamente diversi, anche se l’ingrediente è lo stesso.
Le regole pratiche sono quattro. Il piccante chiede vini a bassa gradazione, leggermente dolci o con residuo zuccherino: l’alcol amplifica la percezione del piccante, la dolcezza la attenua. L’umami (soia, miso, brodo dashi, salsa di ostriche) chiede vini con buona acidità e fruttato: l’umami esalta l’amaro del vino, quindi i tannini aggressivi sono da evitare. L’agrodolce si sposa con vini aromatici e leggermente dolci. Il fritto chiede bollicine o bianchi acidi, che puliscano la bocca dalla grassezza.
La cucina giapponese è quella che si abbina meglio ai vini italiani, perché condivide lo stesso rispetto per l’ingrediente e per l’equilibrio dei sapori.
Sushi e sashimi: il pesce crudo chiede purezza — niente di troppo aromatico, niente di troppo strutturato. Il Chronicon Pecorino d’Abruzzo DOC è forse l’abbinamento più riuscito: snello, sapido, con una mineralità che echeggia la salinità del pesce. Per chi vuole le bollicine — che con il sushi funzionano magnificamente — il Novebolle Romagna DOC Spumante Brut Nature è una scelta di rara eleganza: dosaggio zero, mineralità, bollicine fini che esaltano la freschezza del pesce.
Tempura: la frittura giapponese, leggera e croccante, chiede un vino che pulisca il palato senza competere con la delicatezza della pastella. La Falanghina Beneventano IGT Lapilli — agrumi, fiori bianchi, acidità vivace — è perfetto: la sua freschezza taglia la frittura, e la leggerezza del vino non sovrasta il gambero o la verdura sotto la pastella.
Ramen: il brodo ricco e umami del ramen è una sfida interessante. Qui serve un vino con struttura e fruttato, che regga l’intensità del brodo senza soccombere. Sorprendentemente, un rosato strutturato funziona: il Sei Anime Acqui DOCG Ricossa — croccante, minerale, pieno — si confronta con il ramen tonkotsu alla pari, e le sue erbe balsamiche dialogano con le spezie del brodo.
Gyoza e edamame: aperitivo giapponese per eccellenza. Il Colibrì Chardonnay Frizzante Poderi dal Nespoli — vivace, sapido, informale — si beve con i gyoza come una birra ma con più eleganza.





La cucina thai è un equilibrio vertiginoso di dolce, acido, salato e piccante — spesso tutti nello stesso piatto. È la cucina asiatica più impegnativa da abbinare, ma anche quella dove i risultati più sorprendenti attendono.
Pad thai: il piatto più famoso della cucina thai combina dolce (tamarindo, zucchero di palma), salato (salsa di pesce, arachidi), acido (lime) e una leggera piccantezza. Serve un vino che abbia un po’ di tutto: il Famoso Rubicone IGT Poderi dal Nespoli, con il suo profilo floreale e la sapidità, si intreccia con il tamarindo in modo sorprendente. In alternativa, l’Asio Otus Bianco — un blend di Chardonnay e Sauvignon Blanc — ha la struttura e l’aromaticità per reggere la complessità del piatto.
Curry verde e curry rosso: qui il piccante è protagonista, e la regola è chiara — bassa gradazione e un filo di dolcezza. Il Casarito Moscato d’Asti DOCG è la scelta che sembra azzardata e funziona alla perfezione: la dolcezza del Moscato spegne il peperoncino, le note di agrumi echeggiano il lemongrass e il lime della cucina thai, e la bassa gradazione (5,5% vol) impedisce che l’alcol amplifichi il piccante. È l’abbinamento che sorprende tutti al tavolo.
Per i curry meno piccanti e più cremosi — il massaman, il panang — si può salire su un bianco più strutturato come il Greco di Tufo DOCG: la sua mineralità vulcanica e il corpo sostengono la cremosità del latte di cocco.
Tom yum e tom kha: le zuppe agrodolci thai, con le loro note di citronella, galangal e lime, dialogano benissimo con bollicine secche e sapide. Il Botter Prosecco DOC Extra Dry è un compagno versatile — le bollicine alleggeriscono il brodo, e il profilo fruttato del Prosecco accompagna gli aromi agrumati della zuppa.





La cucina cinese è un universo — dal dim sum cantonese delicatissimo al mapo tofu del Sichuan che brucia la bocca. L’abbinamento cambia radicalmente.
Dim sum e ravioli al vapore: la delicatezza del vapore chiede un vino che sussurri. Il Pagadebit Romagna DOC Poderi dal Nespoli — fresco, floreale, sottile — accompagna gli har gow (ravioli di gamberi) con una grazia che nessun tè al gelsomino può replicare.
Anatra alla pechinese: piatto opulento, con la pelle croccante, la salsa hoisin dolce e i cipollotti. Qui serve un rosso con frutto e morbidezza. Il Doppio Passo Primitivo Puglia IGT è un abbinamento naturale: la morbidezza del Primitivo incontra la dolcezza della hoisin, e la struttura del vino regge la grassezza dell’anatra.
Cucina del Sichuan (mapo tofu, pollo kung pao): piccante estremo. Le stesse regole del curry thai: bassa gradazione, un filo di dolcezza. Moscato d’Asti DOCG o, in alternativa, i vini Mosketto — i mosti parzialmente fermentati a bassissima gradazione e dal profilo dolce e fruttato che funzionano sorprendentemente bene con il Sichuan: la dolcezza spegne il piccante, la freschezza ristora, la leggerezza non appesantisce.



L’India ha centinaia di cucine regionali, ma per il consumatore italiano i piatti più comuni sono i curry — dal tikka masala al vindaloo, dal dal al biryani. Il filo conduttore è il piccante (in gradi diversi) e la ricchezza delle spezie.
Tikka masala e butter chicken (i curry cremosi e moderatamente piccanti): servono vini con frutto, morbidezza e gradazione non troppo alta. L’Ammasso Rosso Sicilia DOC Barone Montalto è un abbinamento audace che funziona: le note candite e speziate del vino echeggiano le spezie del curry, la morbidezza dell’appassimento avvolge la cremosità della salsa, e la concentrazione regge il confronto con sapori così intensi.
Vindaloo e madras (curry molto piccanti): qui torniamo alla regola aurea — bassa gradazione e dolcezza. L’Acquesi Asti DOCG, anche in versione rosé, con le sue bollicine, la dolcezza e il basso grado alcolico, è l’alleato perfetto contro il peperoncino.
Tandoori e naan: la cottura nel forno tandoori dà alla carne e al pane note affumicate e tostate che si sposano con rossi fruttati. Il Codici Masserie Negroamaro Puglia IGT, con le sue note di mora, tabacco ed erbe mediterranee, trova nel tandoori un dialogo di sapori tostati sorprendente. Le spezie pugliesi e quelle indiane hanno più in comune di quanto si pensi.
Samosa e pakora (fritti indiani): bollicine, come per qualsiasi fritto. Il Prosecco Botter o il Cucunci Frizzante di Barone Montalto sono scelte sicure.



Pho vietnamita: il brodo di manzo lento, le erbe fresche (basilico thai, menta, coriandolo), il lime. È un piatto di grande delicatezza nonostante l’apparente complessità. Un bianco aromatico e sapido — il Famoso romagnolo, la Falanghina campana — accompagna il pho con discrezione.
Banh mi: il panino vietnamita, con la sua combinazione di pâté, carne, verdure in agrodolce e coriandolo, è un piatto da rosato. Il Passivento Rosato Terre Siciliane IGT ha la struttura per reggere gli ingredienti e la freschezza per bilanciare il piccante del jalapeño.
Bibimbap coreano: riso, verdure, uovo, gochujang (pasta di peperoncino fermentato). L’umami del gochujang chiede un vino con buon frutto e bassa tannicità. Il Fico Grande Sangiovese Romagna DOC Poderi dal Nespoli — giovane, fruttato, con tannini morbidi — servito leggermente fresco si abbina al bibimbap con naturalezza.



L’abbinamento vino-cucina asiatica non è una scienza esatta: è un territorio di sperimentazione dove le sorprese migliori nascono dal coraggio di provare. L’unica regola ferrea è rispettare il piccante: se il piatto brucia, abbassate la gradazione e alzate la dolcezza. Per tutto il resto, fidatevi del vostro palato e divertitevi.
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